Oggi era un bel pomeriggio di sole, e sono tornato ad allenarmi con il mio longbow, dopo appena qualche settimana che non lo facevo.
All'inizio mi sembrava di dover ricominciare tutto da daccapo. Disorientato.
Le mie frecce, semplicemente, non uscivano bene dall'arco, non volavano con la traiettoria pulita che -come ogni arciere- desideravo vedere.
Chissà perché, mi è venuto questo pensiero: mi sono sentito come un musicista principiante alle prese con un violino o un clarinetto da cui non riesce a tirar fuori dei bei suoni.
In effetti, tirare con un arco tradizionale presenta più di qualche analogia con il suonare uno strumento musicale classico: il principiante deve imparare innanzitutto una corretta emissione di suono, poi passerà alle scale e agli arpeggi ...
E' inutile cercare di indovinare la parabola giusta e sforzarsi di focalizzare lo spot se poi una freccia su due parte scodando come un cavallo imbizzarrito.
Seguitando a immedesimarmi in un musicista, ho pensato che per qualche motivo il mio arco si fosse scordato. Eppure è lo stesso longbow che uso ormai da parecchi anni, e le frecce sono le stesse che anni fa e anche solo il mese scorso volavano bene, "accordate" anche loro al mio strumento e al mio allungo.
Ho controllato le poche cose che possono variare in un arco tradizionale: corda, brace, punto di incocco ... tutto a posto.
Il mio strumento era in ordine, ero io a dover reimparare la corretta emissione ... non di suono nel mio caso, ma di frecce. Mi sono reso conto che dovevo semplicemente ricostruire il mio gesto.
Seguendo il vecchio consiglio riportato in tutti i manuali di arceria e tante volte dato anche da me ad amici in difficoltà, mi sono messo a tirare ad occhi chiusi su un paglione vuoto, da 7-8 metri, per ritrovare la solidità e la consistenza del gesto. Qualche decina di frecce così, e mi sono sentito già meglio. Braccio dell'arco fermo a spingere, mano della corda aderente al viso ... ok, mi sembrava di esserci con postura e gesto.
Però l'impatto sul battifreccia a una distanza così breve era talmente immediato che non lasciava il tempo necessario a un follow-through degno di questo nome. Non potendo vedere il volo della freccia (che anche aprendo gli occhi era brevissimo) perdevo tutta la seconda e fondamentale parte del gesto, quella appunto che consiste nel guardare (ammirare, quando tutto va bene) il volo parabolico della freccia, restando sospesi per qualche attimo nella posizione assunta al rilascio.
E allora via, a 30 metri circa, a occhi aperti ovviamente, una faretra dietro l'altra. Dopo una ventina (o forse una trentina) di frecce le cose sono ricominciate ad andare meglio, non proprio come avrei voluto ma molto meglio. Belle parabole, tutte uguali o quasi fatta eccezione per una o due frecce al massimo in ogni volée di circa dieci. Indipendentemente dal fatto di prenderci o meno, belle parabole. Avevo ritrovato una "emissione" decente ...
Non siamo macchine, e i nostri archi tradizionali sono come strumenti acustici classici che suonano bene solo se sono ben accordati (brace-incocco-corda-frecce giuste) e se chi li utilizza applica la giusta tecnica di emissione sonora.
Tra un principiante e un maestro ce n'è di strada: veder tirare un Paolo Bucci ad esempio, è un po' come sentir suonare il violino da Itzhak Perlman ... le sue frecce volano pulite come le note perfette di un signor musicista ...
Moltissimo quindi, come sempre, dipende dal "manico".
Però, come nella musica esistono strumenti più facili e più ostici da padroneggiare nei riguardi dell'emissione di suono, anche nel tiro tradizionale le difficoltà aumentano progressivamente dal ricurvo al longbow fino al più difficile di tutti, l'arco storico, che potremmo paragonare a un flauto di legno ...




